Ma siamo ancora abituati a dire grazie?
Aggiornamento: 13 ago
**Ma siamo ancora abituati a dire grazie?**
Come primo impulso, a volte, ci verrebbe anche da dire “grazie”.
Poi però ci blocchiamo: ci sembra imbarazzante, fuori luogo, perfino faticoso.
E ci raccontiamo che, in fondo, la persona che ci ha dato una mano non ci tiene davvero a essere ringraziata.
Oppure pensiamo che ci saranno altre occasioni per dimostrare riconoscenza, magari con i fatti. E così rimandiamo.
Eppure dire “grazie” non costa nulla… o sbaglio?
Paradossalmente, proprio perché è una parola semplice, sembra diventare difficilissima da pronunciare.
È un dato di fatto: c’è chi è riconoscente per ciò che riceve e chi, invece, dà tutto per scontato.
Identikit di chi dice grazie
Chi ringrazia di solito è grato per un regalo, per un aiuto, per un gesto gentile.
È consapevole che non tutto gli è dovuto e che l’altruismo non è un obbligo: è una scelta.
Queste persone capiscono che incontrare qualcuno disposto a tendere una mano è già, di per sé, un dono.
E chi non ringrazia?
Purtroppo sono tanti anche quelli che, dopo aver chiesto e ottenuto un favore, voltano le spalle a chi li ha aiutati.
Cosa rivela questo comportamento?

Sì, può essere semplice maleducazione.
Ma a volte dietro c’è anche altro: un senso di frustrazione, di inadeguatezza, perfino un pizzico di invidia verso chi è riuscito a fare qualcosa che loro non sapevano (o non potevano) fare.
E non è raro che, quando poi viene chiesto a loro di dare una mano, facciano le famose “orecchie da mercante”.
Ma quali sono i vantaggi di dire grazie?
Ringraziare non è solo buona educazione: è anche un modo per crescere.
Ci ricorda che non siamo onnipotenti, che ogni tanto non possiamo fare tutto da soli e che chiedere aiuto non è umiliante.
Anzi: è umano.
Dire grazie, in fondo, è riconoscere un legame, anche piccolo, tra due persone.
Fare del bene serve ancora a qualcosa?
Domanda legittima, soprattutto oggi.
A volte sembra che aiutare gli altri significhi solo passare per “buonisti” o, peggio, per ingenui.
E quando ci accorgiamo che le persone ingrate sembrano più numerose di quelle grate, viene spontaneo pensare: “Perché dovrei farlo?”
Non c’è una risposta unica.
Però una cosa, secondo me, è certa: quando aiutiamo qualcuno dovremmo farlo perché lo vogliamo davvero, non per obbligo e non aspettandoci per forza qualcosa in cambio.
Un favore “calcolato” (con pro e contro, come un ragioniere con entrate e uscite) rischia di trasformarsi in delusione.
Un gesto fatto con convinzione, invece, ci fa stare bene già mentre lo facciamo.
Mi piace pensare che il bene sia un po’ come un deposito: magari non ci tornerà dalla stessa persona che abbiamo aiutato, ma potrebbe tornare — in un modo diverso — con qualcun altro, e magari “con gli interessi”.
E se chi hai aiutato ti ripaga con il male?
Può succedere. E fa male, inutile negarlo.
Dopo un normale senso di frustrazione, però, l’unica strada è voltare pagina: senza rancore verso il mondo (magari con un po’ di distanza da quella persona, sì), e senza privarci della gioia che può dare aiutare ancora qualcuno che lo merita.
Una curiosità: la Giornata Mondiale della Gratitudine
Esiste davvero: è stata ideata nel 1965 da un insegnante di meditazione, Sri Chinmoy, e si celebra ogni **21 settembre**. (Se ti va di approfondire: https://it.wikipedia.org/wiki/Sri_Chinmoy)
Per chi vuole leggere qualcosa in più sul tema, segnalo anche il libro **“La sindrome rancorosa del beneficiato”** (Mondadori) di **Maria Rita Parsi**, oppure questo articolo: https://www.quicomo.it/social/Sindrome-rancorosa-beneficato-2021-.html
E tu cosa ne pensi? Ti è mai capitato di fare del bene e ricevere “un due di picche” in cambio? Raccontami la tua esperienza nei commenti.
**Nota:** non sono una psicologa; condivido queste riflessioni da appassionata di mente umana. Questo articolo ha scopo informativo e non sostituisce il parere di un professionista.




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