Ok, volentieri e poi spariscono...
- Monica Palazzi

- 1 giorno fa
- Tempo di lettura: 5 min
Ci sono frasi che, nella mia testa, hanno lo stesso suono di una notifica che non arriverà mai.
Hai presente: “Certo, ci vediamo.”
“Sì sì, lo faccio.”
“Tranquilla, ti aggiorno.”
Le senti e per un attimo ti rilassi: bene, è deciso.
Poi passano ore, giorni, settimane.
E niente.
Silenzio.
Come se quelle parole fossero state dette da un’altra persona, in un’altra vita, o peggio: come se non fossero mai state dette davvero.
Qualche giorno fa mi è successo in una versione piccola, quotidiana, quasi banale. Propongo a un'amica un’uscita: un posto carino, niente di complicato.
Lei risponde subito: “Ok, volentieri, il posto mi sembra molto carino e si può fare.” Fine.
Solo che quella fine non è una fine: è un limbo.
Perché poi non si concretizza nulla.
Nessuna data, nessun “quando sei libera?”, nessun seguito.
E io resto lì a chiedermi: devo riscrivere?
Aspettare? Fare finta di niente? Archiviare?
Ed è così che è nato questo mio post: sulle promesse non mantenute, quelle frasi dette al volo che sembrano un impegno e invece restano lì, nel limbo
Ok, volentieri e poi spariscono...

Ecco, questa cosa qui non è solo una scocciatura.
È un fenomeno umano curioso: perché tante persone non collegano la bocca al cervello prima di parlare?
Perché partono in quarta con un “ok” convinto e poi non fanno niente?
Non ho la pretesa di dare una risposta definitiva (non sono un tribunale, né un manuale di psicologia), però qualche idea me la sono fatta.
E magari, mentre ci ragioniamo insieme, ci viene anche un po’ più facile non prenderla sempre sul personale.
Ecco un piccolo manuale di sopravvivenza alle promesse non mantenute: quelli che dicono ok volentieri e poi spariscono
1) Dire “sì” è più facile che dire “no”
Partiamo dalla cosa più semplice: dire “no” è faticoso.
Richiede chiarezza, e spesso anche la capacità di reggere la delusione dell’altro. Dire “sì”, invece, è una scorciatoia sociale: ti fa sembrare disponibile, gentile, “una brava persona”.
È un modo rapido per chiudere una conversazione senza attriti.
Il problema è che quel “sì” non è un impegno: è un calmante momentaneo.
Serve a spegnere il disagio del presente, non a costruire qualcosa nel futuro.
E quando arriva il momento di fare davvero ciò che si è promesso… ecco che la realtà presenta il conto.
2) L’entusiasmo del momento non è un piano.
Quante volte ci siamo sentiti pieni di energia mentre parlavamo?
Magari uno ti propone un’idea, un incontro, un progetto, e tu ti immagini già la versione migliore di te: organizzata, puntuale, motivata.
In quel momento dire “certo!” sembra naturale.
Poi però l’entusiasmo scende, la giornata si riempie, subentra la stanchezza, e quella promessa fatta “di pancia” diventa un peso.
Non perché l’altra persona non conti, ma perché l’impegno era stato preso senza misurare davvero tempo, energie e priorità.
Nel mio caso, quell’“ok, volentieri” poteva essere sincero. Ma sincero non significa automaticamente “programmato”. E senza programmazione, molte cose restano sospese.Adesso l'ho capito anch'io!
3) Evitare il conflitto: la specialità di molti
C’è chi non sparisce per pigrizia, ma per paura.
E la paura è una gran brutta bestia, sai?
Ma paura di che?
Paura di dire: “Guarda, non ce la faccio.”
Paura di ammettere: “Mi sono sbilanciato.”
Paura di affrontare una conversazione scomoda.
E allora cosa succede?
Si rimanda.
Si lascia lì.
Si spera che l’altro “capisca da solo”.
È una strategia passiva che sembra innocua, ma in realtà è una forma di conflitto mascherato: invece di dire “no”, si lascia l’altro in sospeso.
E il sospeso, spesso, fa più male di un rifiuto chiaro.
Perché un “no” lo elabori, ma un limbo ti consuma.
4) La parola ha perso valore (perché siamo sempre “connessi”)
Viviamo in un mondo dove si parla tantissimo.
Messaggi, vocali, commenti, promesse buttate lì tra una notifica e l’altra.
La comunicazione è diventata velocissima, e proprio per questo spesso è meno “pesante”.
Dire “ci sentiamo” oggi può significare tutto e niente.
È una frase che riempie lo spazio, non un accordo.
Il peso delle parole!
Il punto è che non tutti usano le parole allo stesso modo: c’è chi le considera impegni e chi le considera semplici segnali di buona intenzione.
Quando queste due persone si incontrano, nasce il disastro: uno si aspetta un fatto, l’altro ha dato solo un’impressione.
5) Mancanza di consapevolezza (o di responsabilità)
Qui entriamo nel territorio più delicato: alcune persone non sono abituate a chiedersi che effetto fanno sugli altri.
Non perché siano “cattive”, ma perché magari nessuno gliel’ha mai fatto notare, o perché hanno sempre vissuto in contesti dove le promesse erano elastiche.
Se cresci pensando che “vabbè, poi si vede” sia normale, non ti rendi conto che per qualcun altro quel “poi” è un’attesa vera, un’organizzazione, un pezzo di fiducia messo sul tavolo.
E la fiducia, quando la metti sul tavolo, non è un soprammobile: se cade, si rompe.
6) E poi ci siamo anche noi: perché ci crediamo?
Lo dico piano, perché non voglio fare la morale a nessuno (men che meno a me stessa): a volte ci crediamo perché abbiamo bisogno di crederci.
Perché ci fa piacere sentirci scelti, considerati, importanti.
Perché un “sì” ci dà una piccola dose di speranza.
E allora magari ignoriamo i segnali: la vaghezza, l’assenza di dettagli, la mancanza di iniziativa.
Ci aggrappiamo alla frase e non guardiamo il comportamento.
Ma la verità è una: le persone sono quello che fanno, non quello che dicono quando sono di buon umore.
7) Come ci si difende senza diventare cinici?
Non voglio arrivare alla conclusione “non fidarti di nessuno”, perché sarebbe triste e pure poco utile.
Però qualche anticorpo si può costruire.
• Chiedere concretezza (senza fare l’investigatore): “Bello! Quando ti va? Se la risposta resta fumosa, probabilmente lo sarà anche l’azione.
• Dare valore al ‘no’ sincero: meglio un “non riesco” che un “sì” fantasma.
• Non inseguire troppo: un promemoria ci sta. Poi basta, se l’altro vuole, si muove altrimenti anche insistendo non è che cambia idea, sai?
• Fare pace con l’idea che non è sempre personale: spesso non è contro di te. È il loro modo di gestire (male) tempo, ansia, responsabilità.
Conclusione
Forse il punto non è che la gente non collega la bocca al cervello.
È che, in certi momenti, collega la bocca al bisogno di piacere, di evitare problemi, di sentirsi a posto.
E il cervello… arriva dopo, quando ormai la frase è uscita e la realtà bussa alla porta.
Io continuo a pensare che le parole contino. Però ho imparato a guardarle come un inizio, non come una garanzia. La garanzia, semmai, è la coerenza: piccola, quotidiana, concreta. Quella che non fa rumore, ma costruisce.
E se qualcuno mi dice “ok” e poi sparisce… magari non è un mistero da risolvere.
È solo un’informazione da registrare.
E la prossima volta, invece di restare nel limbo, provo a fare una cosa semplice: chiedere una data precisa.
Se arriva, bene. Se non arriva, ho già la risposta
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