La presenza non si promette: si dimostra
- Monica Palazzi

- 24 apr
- Tempo di lettura: 3 min
Quando qualcuno mi dice “se hai bisogno ci sono” oppure "conta pure su di me", io sorrido.
Sorrido davvero, con quella faccia educata che ho imparato a indossare negli anni: non scalda, ma fa molta scena.
Perché detta così questa frase è davvero bellissima e ti fa sentire il cuore leggero.
È una promessa piccola e luminosa, una di quelle che ti fanno pensare: “Ok, non sono sola”.
Tuttavia, a volte, quella frase è come una coperta piegata sul divano: la vedi, ti rassicura… ma quando hai freddo davvero non c'è perchè qualcuno l'ha messa riposta nell'armadio pensando che stava arrivando la primavera e, invece, ecco la giornata fredda che è tanto tipica delle mezze stagioni.
Col tempo ho capito che non è la frase il problema.
È l’idea che ci siamo costruiti intorno: che basti dichiararsi disponibili per esserlo.
Che basti dire “conta su di me” per diventare una persona su cui si può contare.
La verità è che la presenza non è un’etichetta. È un gesto.
E i gesti non fanno rumore, non hanno bisogno di annunci.
Ci sono persone che non ti dicono mai “io ci sono”, ma ci sono.
Non fanno grandi discorsi, non si mettono medaglie addosso.
Però quando ti vedono stanca, ti chiamano.
Quando sparisci, ti cercano.
Quando non hai voglia di parlare, restano lo stesso.
Magari non sanno nemmeno cosa dire, ma non ti lasciano sola con il peso.
E poi ci sono quelli che “ci sono sempre”.
Sempre… finché non serve.
Sempre… finché non costa tempo, attenzione, pazienza.
Sempre… finché tu resti nella versione comoda di te: quella che ride, che ascolta, che non chiede troppo.
Ecco, io non voglio più confondere le due cose.
Non voglio più chiamare “amicizia” una presenza a intermittenza e di comodo.
Non voglio più sentirmi in colpa perché ho avuto un momento fragile e ho chiesto aiuto.
Non voglio più ridimensionarmi per non disturbare gli altri
Perché è lì che succede la cosa più ingiusta: non solo ti manca qualcuno, ma inizi anche a pensare che il tuo bisogno sia “troppo”. Anzi che tu sia “troppo”.
E invece no: a volte sei solo umana, e ti serve una mano, o una voce amica, o un “sono qui” che non sia una frase di cortesia, ma che sia un gesto reale e concreto.
Ho imparato anche un’altra cosa, più scomoda: che a volte, per educazione, lo facciamo anche noi.
Diciamo “se hai bisogno ci sono” perché suona bene, perché ci fa sentire persone giuste con la coscienza apposto almeno in apparenza.
Ma la disponibilità vera non è “sempre”. È “quando posso, ci sono davvero”.
E quando non posso, lo dico con rispetto.
Perché un limite detto bene è più gentile di una promessa detta facile.
E poi c’è un dettaglio che fa tutta la differenza: chi c’è davvero non ti fa sentire un peso.
Non ti fa pagare la sua presenza con il senso di colpa come fosse una tassa.
Non ti ascolta con l’orologio in mano e l’impazienza negli occhi.
Ti fa spazio. Anche piccolo, anche imperfetto, ma reale.
Oggi, quando sento quella frase, non mi arrabbio più né ci sto male.
Sorrido ancora, sì, ma in modo diverso.
È un sorriso che dice: “Vedremo”.
Non è per cattiveria, ma per esperienza.
Perché la presenza non si promette.
Si dimostra con i fatti e non con le parole.
E alla fine, forse, è questo che conta: non quante persone ti dicono “ci sono”, ma quante ti fanno sentire che puoi contare davvero su di loro anche e soprattutto nei giorni storti che capitano, prima o poi (tanti o pochi), a tutti.
Quelle poche persone, silenziose, ma concrete. Quelle che non fanno scena. Ma scaldano il cuore.
E se devo scegliere che persona essere io, scelgo quella che parla meno e resta di più.
Anche solo con una piccola domanda però fatta bene.
Anche solo con un messaggio semplice, ma vero e fatto con sincerità e interesse di sentire (o, meglio, ascoltare) la risposta.
Anche solo con un “non so cosa dirti, però non sei sola/o”.
Perché a volte è tutto lì: non nel risolvere, ma nel non sparire.
E tu che cosa ne pensi?
Aspetto di leggere le tue considerazione nei commenti!




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