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Ti hanno mai friendzonato?

Ti hanno mai friendzonato?


Ma che cosa vuol dire friendzonato? E' quel momento in cui ti accorgi che tu stai costruendo un film intero… e l’altra persona sta guardando una sitcom dove tu sei “l’amico/a simpatico/a”.

Quello che ascolta, consiglia, c’è sempre.

Quello che “meno male che ci sei tu”.

Quello che “sei speciale” (ma non in quel senso).


La friendzone è strana perché non arriva con un cartello luminoso. Arriva piano.

All’inizio è tutto leggero: messaggi, battute, confidenze a tutte le ore.

Ti senti scelto/a.

Ti senti visto/a.

E magari ti dici: “Ok, non devo correre.

Lasciamo che le cose crescano da sole senza pigiare sull'acceleratore”.

E intanto crescono davvero… ma solo da una parte.


Poi succede quella cosa minuscola che però ti sposta dentro: una frase detta senza pensarci.

Un “sei come un fratello/una sorella”.

Un “con te mi sento al sicuro”.

Un “tu mi capisci”.

E tu sorridi, perché non vuoi sembrare esagerato/a.

Però dentro senti una specie di click.

Come quando ti rendi conto che stai bussando a una porta che dall’altra parte non ha nemmeno la maniglia.


La parte più difficile non è nemmeno il rifiuto. È l’ambiguità.

Perché la friendzone spesso non è cattiveria: è comodità emotiva.

Tu diventi il posto dove l’altra persona si riposa, si sfoga, si ricarica.

E magari ti racconta pure di chi gli/le piace davvero.

E tu ascolti, fai il bravo/la brava, dici le cose giuste… mentre una parte di te vorrebbe urlare: “Ma ti rendi conto che io ci sono dentro fino al collo?”


E allora inizi a fare quello che fanno in tanti: ti metti in modalità “merito”.

Come se l’amore fosse una tessera punti.

“Se ci sono abbastanza, se sono presente, se sono gentile, se non sbaglio mai… prima o poi capirà.”

E invece no.

Perché l’attrazione non è un premio fedeltà.

Non è una promozione dopo il periodo di prova.

Non è una cosa che si ottiene facendo tutto perfetto.


E qui arriva la domanda che fa male ma serve: io cosa sto accettando di tutto e di più, pur di non perdere questa persona?

Perché a volte la friendzone è anche un posto dove ci mettiamo da soli.

Non perché “ci piace soffrire”, ma perché ci spaventa l’idea di perdere quel legame.

Meglio un “quasi” che un “niente”.

Meglio essere l’amico/a indispensabile che essere un ricordo.

E così restiamo lì, a metà.

Con la speranza come coperta e la dignità un po’ stropicciata.


Ma la verità è che stare a metà consuma.

Ti rende nervoso/a, ti fa controllare i segnali, ti fa interpretare ogni gesto: “Se mi scrive così vuol dire qualcosa?”

“Se mi cerca quando sta male forse…”

“Se mi guarda in quel modo magari…”

E intanto la tua vita emotiva resta in pausa.

Come se stessi aspettando il tuo turno.


E sai qual è il paradosso? Che spesso, quando finalmente dici qualcosa, non succede un disastro. Succede chiarezza.

Che può far male, sì.

Ma è un dolore pulito.

Un dolore che ti rimette in movimento.


Perché dichiararsi (o anche solo mettere un confine) non è “rovinare tutto”.

È smettere di recitare.

È dire: “Io provo questo.

Se per te non è lo stesso, va bene, ma io non posso continuare a fingere che mi basti.”

È un atto di rispetto verso di te.

E se ti rispondono con un “non voglio perderti”?

Attenzione: è una frase dolce, ma può essere anche una trappola.

Perché non perdere qualcuno non significa tenerlo vicino a qualsiasi costo. Significa volergli/le bene davvero. E voler bene davvero include anche non usarlo come stampella emotiva.

Quindi forse la domanda non è solo “mi hanno friendzonato?”.

La domanda giusta è: io mi sto scegliendo?


Perché puoi voler bene a qualcuno e allo stesso tempo decidere che non ti basta. Puoi essere una persona splendida e non essere “quella giusta” per qualcuno.

E non è una sconfitta.

È compatibilità.

È chimica.

È vita.


E se oggi ti senti in quella zona grigia, ti lascio tre pensieri semplici:


Non sei “troppo”.

Se provi, provi.

Non devi ridurti per essere accettato/a.

La chiarezza è un regalo.

Anche quando non è la risposta che speravi.

L’amore non dovrebbe farti sentire in attesa.

Dovrebbe farti sentire presente.


E, poi, meglio prima che dopo! Dopo cosa? Dopo quel:" Sai che mi sono fidanzato/a".


Ora dimmelo tu: ti è mai capitato di essere friendzonato/a?

E soprattutto: cosa ti ha insegnato quella storia?


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