Cronaca di una giustizia negata.
- Monica Palazzi

- 7 giorni fa
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Aggiornamento: 4 giorni fa
Sono una ragazza come tante.
Anzi, forse, fino a quattro anni fa sono stata persino più fortunata rispetto a molti miei coetanei e mie coetanee.
Non avevo grossi pensieri o grandi preoccupazioni: la strada mi era sempre stata spianata dai miei genitori e in casa io e i miei due fratelli eravamo una famiglia unita, protetta dal loro amore.
Ero la classica sorella di mezzo in una condizione di assoluta spensieratezza. Tanto è vero che io potevo comunque godermi un’esistenza super serena nonostante i miei venticinque anni suonati, delegando le grandi responsabilità agli adulti o al mio compagno Mauro.
Avete presente il detto: "essere in una botte di ferro"?
Ecco, io, Aurora, non ero in una botte di ferro, ma in una blindata!
Ero una giovane donna viziata e spensierata; non dico che fosse una cosa bella, ma sicuramente era comoda, in perfetto stile principessa sul pisello.
Poi, all'improvviso, la mia vita è cambiata come un fulmine a ciel sereno.
Nel gennaio del 2022, un terribile incidente stradale si è portato via mio padre e mia madre da un giorno all'altro.
In un attimo, il mondo che conoscevamo è svanito e il peso di un’intera famiglia è crollato interamente sulle mie spalle.
Mio fratello maggiore, Sergio, che per età avrebbe dovuto essere il mio pilastro e la mia guida, non poteva aiutarmi in alcun modo.
Sergio stava combattendo da tempo la sua battaglia personale contro una grave forma di depressione clinica combinata a una forte ansia sociale; un problema profondo che lo assorbiva completamente e lo rendeva incapace di gestire le emergenze pratiche della vita quotidiana.
Oltre a lui, c'era mio fratello minore, Leo, un ragazzo con la sindrome di Down che dipendeva in tutto e per tutto da noi e che andava protetto e accudito con amore e costanza.
Dopo questo drammatico avvenimento, la mia esistenza ha dovuto riassestarsi e riadattarsi a dei nuovi ritmi che, sicuramente, non erano i miei.
Dovevo fare da madre, da padre e da amministratrice di una casa improvvisamente vuota.
Come se non bastasse, in quel periodo ero in piena crisi con il mio ex fidanzato, Mauro.
Tra l’altro pure lui medico, il che rendeva tutto ancora più assurdo.
Non avevo avuto nemmeno il tempo di digerire il suo tradimento.
Ma si può definire tradimento quello di uno che va a un congresso e finisce a letto con una collega?
Io arrivo in albergo per fargli una sorpresa e, invece, la sorpresa la fa lui a me!
Poi sono arrivate le scuse di Mauro, il classico "è la prima volta".
E io, come una scema, ci ho creduto.
L'ho perdonato, ma solo perché i miei genitori erano appena scomparsi e l'ansia mi logorava: pensavo che, se ci fossimo lasciati anche noi, sarei rimasta completamente sola al mondo con i miei fratelli.
Così ho accettato l'inaccettabile da Mauro.
Almeno fino al giorno in cui sono andata a trovarlo in ambulatorio e l’ho sorpreso avvinghiato a un'altra, non so nemmeno se una paziente o un’infermiera.
Lì ho capito che la mia dose di drammi quotidiani era già ampiamente superata, e che dovevo iniziare a difendermi da sola.
Non faccio in tempo a rimettermi in carreggiata, con quel tanto che mi basta per convincermi che presto sarei tornata a star bene, che il mondo mi crolla addosso ancora una volta.
E questa volta in maniera definitiva.
Mio fratello minore, Leo, cade rovinosamente per terra, giù dalle scale di casa. Sembra un incidente domestico come tanti, ma per un ragazzo con la sua fragilità tutto diventa maledettamente complicato.
Leo si rompe il femore e subisce un brutto trauma.
A quante persone capita di cadere e poi sistemare tutto abbastanza velocemente con la riabilitazione?
Poteva succedere anche a lui, no?
Nel frattempo, mio fratello maggiore, Sergio, continua le sue terapie psichiatriche che, per fortuna, sembrano mantenerlo in un equilibrio precario ma stabile. L’appuntamento estivo con lo specialista che seguiva Leo per la sua situazione cronica e lo sviluppo osseo, però, salta.
Sfortunatamente la moglie del medico dello studio privato ha un ictus, e la segretaria ci avvisa che tutti i controlli sono posticipati ai primi di settembre. Non sarebbe la fine del mondo, in teoria.
Anche perché la visita di primavera aveva confermato che la situazione generale di Leo era sotto controllo.
Ma se per gli altri funziona così, per noi no.
Ci attiviamo subito per cercare un altro specialista, ed è proprio la ricerca di questo nuovo medico che finirà per darmi un’infinità di grattacapi.
Ma il destino ha un tempismo spietato: proprio alla vigilia della visita con questo "dottorone", per l’appunto, Leo ha una crisi di pianto per i dolori post-operatori e rischia di compromettere la riabilitazione.
Non vi dico in che stato di ansia e spossatezza sia arrivata al controllo, che invece, per una strana magia, va benone.
Senza tirarla troppo per le lunghe, veniamo al momento in cui Leo inizia la riabilitazione intensiva e si scopre che i farmaci prescritti in precedenza stanno iniziando a creargli un principio di disfunzione neurologica secondaria.
A dire il vero, da qualche tempo io stessa avevo qualche dubbio su Leo, anche se non sapevo bene che nome dargli.
Avevo però attribuito quello strano e progressivo cambiamento a diversi fattori emotivi: prima la morte del nostro amato gatto Milù, che era praticamente l'ombra di mio fratello minore, poi il trauma terribile della perdita di mamma e papà.
Senza contare che Leo non è il tipo che esprime a parole il dolore fisico, figuriamoci una nuova complicazione medica.
Ma quella diagnosi è stata comunque una doccia fredda, anzi, gelata.
Il fatto che la visita specialistica principale fosse andata bene mi aveva fatto tirare un sospiro di sollievo, tanto da spingermi a scrivere “poi” una mail a quel nuovo medico che ci aveva accolti.
Gli scrissi una breve mail per confermare che avevamo avviato il percorso assistenziale e per ringraziarlo della disponibilità, come avrebbe fatto una qualsiasi persona ben educata.
Che cosa c’era di male in quelle righe?
Niente!
Sono una persona espansiva e mi era venuto naturale fare così.
Da quel momento, però, il medico – dopo un'iniziale comunicazione normale – ha cambiato canale e livello.
Faccio la versione breve, che è meglio.
Avrei dovuto metterci un freno io per prima?
Me lo sono chiesta tantissime volte, forse troppe.
Però, in una situazione del genere, quando sei sola a gestire due fratelli fragili come Sergio e Leo, se trovi qualcuno di autorevole che ti dà una mano la accetti al volo.
O sbaglio?
Certo, c'erano le mie due cugine ad aiutarci in casa quando io ero al lavoro e c'era anche il mio ex, Mauro, con i suoi amici medici, ma i problemi della mia famiglia erano miei, e non volevo coinvolgerli troppo o pesare su di loro.
Tra alti e bassi, un’e-mail o un SMS, in cui si alternavano messaggi sulla salute e sui dosaggi di Leo a quelli di ben altro tono personale e confidenziale, siamo arrivati a giugno di quell’anno.
Non sono mai stata una persona addomesticabile, e non lo sono di certo adesso che ho a che fare con quest’uomo dai tratti narcisistici, manipolatori ed egocentrici.
Così, quando mi ritrovo davanti a un medico che apporta modifiche importanti alla terapia quotidiana di Leo ma si rifiuta categoricamente di metterle per iscritto in maniera formale sul referto, vedo rosso come i tori.
Ormai non c’è più modo di trovare una soluzione ragionevole: lui, forse in previsione della sua prossima pensione, sta solo sparando gli ultimi fuochi d’artificio e giocando con la pelle degli altri.
Che fare?
Contatto l’Ufficio Amministrativo.
Non voglio vendetta, voglio solo giustizia; la differenza è sottile, ma c’è.
Penso sia una cosa fattibile, dopotutto ho le prove scritte di quelle indicazioni terapeutiche ambigue.
E invece, incredibilmente, mi fanno passare dalla parte del torto.
Mi dipingono come quella che si approfitta del "bravo medico", del "buon padre di famiglia" (poi fa niente se è sposato, separato per due volte, non ha più contatti con il figlio e con una compagna che cambia continuamente), mentre io, Aurora, sarei l'approfittatrice che ha superato il limite professionale.
L'Ufficio Amministrativo liquida come semplici “interlocuzioni amichevoli” via mail le variazioni della terapia di Leo, e si limita a trasmettermi la risposta difensiva del medico con un pigro “copia e incolla” per posta ordinaria. L’aggiornamento dei dati?
Eh no, quelli no, per via di un cavillo burocratico secondo cui le nostre comunicazioni non avevano seguito l'esatta procedura formale di protocollo.
Inizialmente mi arrendo.
Capisco che scusarsi, pur sapendo di non avere colpe, richiede un’enorme controllo di sé e una stabilità emotiva fuori dal comune; in certi casi di fronte al muro delle istituzioni, piegare la testa sembra la cosa migliore da farsi per non impazzire.
Poi, però, mi ritrovo a leggere un'intervista online su un quotidiano generalista. Parlava proprio il direttore sanitario di quella struttura.
Ha l'aria di una persona “alla buona” e io, ingenuamente, penso che se mi rivolgerò direttamente a lui ai vertici mi aiuterà a risolvere la situazione e a tutelare mio fratello.
Ci provo.
Parlo con la sua segretaria, mando tutta la documentazione e la cronistoria delle mail.
Ma anche questo si rivelò un niente di fatto!
La legge della giungla non risparmia nessuno, tanto meno me, un bersaglio facile in quell'ingranaggio burocratico.
Non posso dire di non essere stata avvertita: sia Mauro sia i miei amici dell'ambiente medico mi avevano predetto una guerra impari, quasi impossibile da vincere contro i baroni della sanità.
Ho voluto provarci lo stesso.
Volevo solo poter dire a me stessa: 'Ho fatto tutto il possibile per proteggere la mia famiglia'.
Che cosa ne è dei miei fratelli?
Sergio e Leo sanno le cose in maniera molto parziale, perché sono soggetti fragili che si agiterebbero per ogni minima ingiustizia, figuriamoci per questa vigliaccata…
L'ansia mi ha accompagnata fino alla fine dell'inverno, quando finalmente è arrivato il giorno del controllo ufficiale con un nuovo specialista, del tutto estraneo a quel vecchio cerchio di potere.
E per fortuna, contrariamente a ogni mia paura, è andato tutto straordinariamente bene.
Il medico si è rivelato una persona di rara umanità e competenza: ha ascoltato la nostra storia, ha preso in mano la situazione con fermezza e ha regolarizzato l'intero piano terapeutico di Leo, mettendolo finalmente nero su bianco.
Vedere quella firma formale e precisa è stato come togliermi un macigno dal petto.
Con questo controllo perfetto e le terapie finalmente sicure, posso finalmente chiudere in modo definitivo tutta questa brutta vicenda che mi ha vista protagonista mio malgrado, guardando al futuro con una nuova serenità!
Ogni riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale.
Tuttavia la cronaca è piena di vicende di questo tipo!
A te è mai successo qualcosa del genere?
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A me questa cosa è successa realmente ... grazie Monica per averne parlato ... I medici non sono tutti come quelli delle serie tv ...