La memoria dei polpastrelli
- Monica Palazzi

- 28 giu
- Tempo di lettura: 5 min
Aggiornamento: 21 lug
La memoria dei polpastrelli - Racconto nuovo e Inedito di Monica Palazzi -
Buona lettura
Non conosco i colori del mondo o il suono delle parole che custodisco tra le mie pagine.
Per me, il mio universo si limita a tre cose: il freddo legno dello scaffale della sezione “Poesia Italiana”, il profumo dolciastro della mia carta che invecchia e il calore della pelle umana.
Chi sono?
Sono un’edizione economica di “Ossi di Seppia” di Eugenio Montale.
Ho una bella copertina flessibile che ormai è un po' logorata lungo i margini con il dorso segnato da una brutta riga bianca che altro non è che una sorta di cicatrice di ogni volta che qualcuno mi ha aperto a metà.
La mia esistenza è fatta di lunghe, silenziose attese nella penombra di questa piccola, ma ben fornita biblioteca di provincia che è interrotta solo dal passaggio del carrello dei rientri o dal fruscio di un panno per le polveri.
Ma la mia vita prende forma quando una mano si appoggia sul mio dorso così che io possa uscire dall’ombra.
Non posso vedere i loro volti, quello no, ma conosco alla perfezione tutti quanti i loro segreti.
Li posso leggere tramite la consistenza dei loro polpastrelli, la delicatezza o la fretta con cui voltano le pagine, l’esitazione di una mano che si sofferma su un verso.
Il mio ruolo è quello di essere un vero e proprio custode di varie solitudini.
In quasi trent’anni di onorato servizio di prestito, ho imparato che gli esseri umani lasciano sempre una parte di sé tra le mie righe.
Non sono un libro per tutti.
Chi mi prende o è un appassionato di poesia, o un innamorato triste oppure uno studente che deve preparare un esame.
E fra tutti questi ci sono dei ricordi indelebili dei polpastrelli che mi hanno preso in prestito…
Il mio primo ricordo è molto nitido nonostante risalga alla metà degli anni Novanta.
Avevo le pagine ancora candide, belle lisce, l’odore di colla fresca della tipografia addosso e la mia copertina era ancora rigida e senza graffi.
Mi ha preso dal mio scaffale una mano giovane, ma goffa.
I suoi polpastrelli erano sudaticci, percorsi da un battito cardiaco accelerato che rimbombava fin dentro la mia rilegatura.
Si trattava di un bel ragazzo, ma timido e tramite la vibrazione del tavolo di legno, potevo sentire la sua agitazione ogni volta che la sedia poco più in là si muoveva.
Il giovane cercava lo sguardo di una ragazza che era seduta al tavolo della narrativa straniera.
Non sapeva che cosa dire per iniziare il discorso, come rompere il ghiaccio e allora non trovava di meglio che aprirmi e svogliare le mie pagine alla ricerca del coraggio che non aveva, ma anche soprattutto l’ispirazione.
Si fermò come se avesse avuto un’illuminazione proprio alla pagina trentaquattro.
Sentivo la pressione febbrile delle sue dita su di me mentre stava copiando con una penna stilografica su di un bel foglio che poi avrebbe messo in una lettera dei versi “Portami il girasole ch’io lo trapianti”.
In quel momento mi sentivo parte viva di quel sentimento che, forse, sarebbe nato presto tra due giovani cuori che stavano iniziando a vibrare insieme…
Quella missiva arrivò al tavolo della ragazza, ma io non seppi più come finì tra i due e poi fui riposto con un brivido di trionfo che mi ha fatto ben sperare tutte quante le fibre della mia rilegatura per ore.
Gli altri passano anche per i libri e, quindi, pure per me.
Era l’inizio del nuovo millennio quando la mia copertina si era ormai ammorbidita e il mio dorso cominciava a cedere sotto il peso delle varie consultazioni.
Era un pomeriggio d’autunno e fuori stava imperversando un temporale talmente forte che le gocce di pioggia battevano contro le vetrate della biblioteca.
E fu in quel mentre che fui preso da una mano adulta e tremante.
Si trattava di una donna che voleva cercare conforto dalle mie pagine che sfogliava con una lentezza quasi dolorosa come a cercare una risposta a una domanda invisibile fino a quando il suo dito indice non si è fermato su “Spesso il male di vivere ho incontrato”.
La donna rimase immobile al tavolo della biblioteca con me in mano per un tempo che mi è apparso infinito, respirava appena.
Poi successe …
Una goccia calda e pesante che cadde diritta sulla pagina aperta e che si allargò sulla mia carta e che fece sbavare leggermente l’inchiostro proprio sul verso: “era il rivo strozzato che gorgoglia”.
Il ricordo di quella lacrima è rimasto per sempre sotto forma di un’arricciatura sul foglio.
Inizialmente c’ero rimasto male per colpa di quella deformazione poi però ho capito che quella sorta di piccolo neo era lo scotto da pagare per aver dato forma, ma soprattutto conforto a un dolore altrui e ne fui fiero.
Oggi sono una sorta di sopravvissuto.
Ho il dorso tutto quanto ricostruito con il nastro adesivo trasparente e i margini ingialliti dal tempo.
Eppure, nonostante tutto questo, sono stato scelto ancora una volta da due studenti delle scuole superiori che erano totalmente agitati per via dell’esame di maturità.
Sentivo le loro mani che si sfioravano sopra le mie pagine così come le loro risate soffocate per non farsi sentire dai bibliotecari.
Hanno iniziato a leggere “Meriggiare pallido e assorto” e un lapis leggero ha iniziato a tracciare delle linee sottili sotto ad alcune parole.
La matita, leggera, mi grattava un pochino e poi uno dei due ha iniziato a lasciare delle note a margine piene di dubbi ma anche di intuizioni giovanili.
Ho avvertito tutta quanta la vitalità che è tipica della loro giovinezza: contrasto perfetto tra l’eternità dell’opera di Montale e la fretta dei due ragazzi che stanno per affacciarsi alla vita e utilizzano la scusa della poesia per stare vicini.
E ora? Ora sono ritornato qui, al tiepido e al buio del mio scaffale che è stretto, tra un volume di Ungaretti e uno di Saba che sono i miei migliori amici … non fosse perché è una vita che siamo qua sempre assieme!
Guardo i miei fratelli di carta e analizzo la nostra sorte.
Non siamo solo colla, inchiostro e cellulosa.
Siamo una sorta di ponti invisibili tra il passato e il presente (anzi il futuro), siamo dei custodi invisibili di vite che non si incroceranno mai e che hanno in comune solo noi.
Il ragazzo degli anni Novanta, la donna della giornata di pioggia e gli studenti che dovevano dare la maturità: le loro vite si sono in qualche modo sfiorate grazie a me, ma soprattutto si sono salvate leggendo qualcuna delle mie poesie.
Fino a quando ci sarà una mano che vorrà tirarmi fuori dallo scaffale ed avrà voglia di sfogliare le mie pagine consumate, allora, io continuerò a vivere.
Pronto a prestarmi a tutti coloro i quali sono alla ricerca, nel silenzio della biblioteca, di un piccolissimo pezzo di verità.
Potrebbe anche interessarti




Commenti