La testardaggine positiva: quando non molli perché è un tuo diritto
- Monica Palazzi

- 6 giorni fa
- Tempo di lettura: 4 min
C’è una parola che spesso viene usata come un difetto: testarda.
Detta così sembra quasi una condanna.
Come se essere testardi significasse essere chiusi, rigidi, incapaci di ascoltare.
E invece no.
Esiste una testardaggine che non ha niente a che vedere con l’orgoglio sterile o con il voler “avere ragione” a tutti i costi.
Esiste una testardaggine buona, pulita, necessaria.
La testardaggine positiva: quando non molli perché è un tuo diritto

La testardaggine positiva è quella che si accende quando ti trovi davanti a un’ingiustizia piccola o grande.
Quando qualcuno prova a farti passare per esagerata, per pesante, per quella che “non sa stare al suo posto”, per quella sbagliata, che chiede anzi pretende troppo.
E, invece, è solo che ti viene negato qualcosa che ti spetta.
E lì succede una cosa: dentro di te scatta un interruttore. Non è rabbia cieca. È lucidità.
È quella voce che dice: Aspetta un attimo. Questa cosa mi è dovuta.
E se mi è dovuta, non è un favore. Non è gentilezza.
Non è “se hanno voglia”. È un diritto.
La testardaggine positiva nasce proprio da qui: dal rifiuto di normalizzare il torto.
Il punto non è vincere. Il punto è non farsi fregare.
Perché diciamolo: i “furbetti” esistono.
Esistono quelli che ci provano sempre.
Quelli che giocano sul fatto che la maggior parte delle persone, per stanchezza o per quieto vivere, lascia perdere.
Quelli che ti rispondono con frasi vaghe, che rimandano, che fanno finta di non capire, che ti mettono davanti muri di burocrazia sperando che tu ti arrenda.
E spesso funziona.
Funziona perché la vita è già piena.
Perché abbiamo mille cose da fare.
Perché non abbiamo tempo di stare dietro a una pratica, a una richiesta, a una risposta che non arriva.
Funziona perché ci insegnano che insistere è maleducazione.
Ma insistere non è maleducazione quando stai chiedendo ciò che ti spetta. Insistere è rispetto per te stessa.
“Lascia perdere” è una frase pericolosa
Quante volte te lo sei sentita dire?Lascia perdere, non ne vale la pena.
Ma chi te lo fa fare?
Tanto non cambia niente.
È sempre stato così.
"Lui/Lei ha il coltello dalla parte del manico, la tua è una battaglia persa in partenza".
Ecco: questa è la trappola. Perché “lascia perdere” sembra un consiglio affettuoso, ma spesso è solo un modo elegante per dirti di abbassare la testa.
E ogni volta che abbassi la testa su una cosa che ti spetta, stai insegnando agli altri come possono trattarti.
Non sto dicendo che bisogna trasformare ogni situazione in una guerra.
Sto dicendo che bisogna scegliere le proprie battaglie, sì, ma senza regalare terreno a chi vive di scorciatoie.
Perché se una cosa è dovuta, è dovuta.
Punto.
La forza di volontà non è magia: è metodo
La testardaggine positiva non è “testa dura e basta”. È una forma di disciplina.
È la capacità di restare sul pezzo anche quando ti fanno perdere tempo.
Anche quando ti rispondono con frasi copia-incolla.
Anche quando ti senti sola a combattere contro un sistema che sembra fatto apposta per sfinirti.
E qui entra la parte pratica, quella che spesso nessuno dice: la testardaggine positiva si allena con piccoli gesti concreti.
Ti informi. Leggi, chiedi, ti fai spiegare.
Ti fai mettere tutto per iscritto. Perché le parole volano, le mail restano.
Ti segni date, nomi, riferimenti.
Richiami. Riscrivi. Solleciti.
Non ti fai intimidire dai toni.
Non ti fai sminuire.
Non è “fare la difficile”. È fare la seria.
Non è cattiveria: è dignità!
C’è un equivoco enorme: che chi insiste sia cattivo.
Che chi pretende sia arrogante. Che chi non molla sia “una che vuole problemi”.
No.
Chi pretende il dovuto sta solo mettendo un confine.
Sta dicendo: Io valgo.
Il mio tempo vale.
La mia correttezza vale.
E non accetto che qualcuno ci giochi sopra.
E sai qual è la cosa più assurda?
Che spesso i furbetti contano proprio sul tuo senso di colpa.
Sul fatto che tu ti faccia domande del tipo: Sto esagerando? Sto facendo troppo? Sto diventando pesante?
La risposta, nella maggior parte dei casi, è semplice: se stai chiedendo ciò che ti spetta, non stai esagerando. Stai facendo la cosa giusta.
La testardaggine positiva è anche un esempio
C’è un altro aspetto che mi sta a cuore: quando ti fai valere, non lo fai solo per te. Lo fai anche per chi viene dopo.
Perché ogni volta che qualcuno “passa” con una furbata, quella furbata diventa un precedente.
Diventa un’abitudine.
Diventa un modo di fare.
E invece ogni volta che qualcuno trova la forza di dire “no”, di chiedere chiarezza, di pretendere correttezza, sta alzando l’asticella.
Sta ricordando che le regole esistono per un motivo.
Non è eroismo.
È responsabilità.
E' giustizia.
Non mollare non significa perdere la pace
La testardaggine positiva non è vivere arrabbiati. È vivere svegli.
È scegliere di non farsi mettere i piedi in testa, senza per forza trasformarsi in persone amare.
Puoi essere ferma e gentile.
Puoi essere educata e determinata.
Puoi essere calma e incrollabile.
Anzi: spesso la vera forza sta proprio lì.
Nel non farti trascinare nel caos dell’altro.
Nel restare centrata mentre l’altro spera che tu ti stanchi.
Conclusione: se è tuo, è tuo
Io la chiamo testardaggine positiva perché è una forma di amore per se stessi.
È quella parte di te che non si svende.
Che non si accontenta delle briciole.
Che non accetta il “vabbè dai” quando c’è di mezzo la dignità.
E allora sì: quando ti viene negato un diritto, quando qualcuno prova a fare il furbo, quando ti trattano come se stessi chiedendo un favore… lì la testardaggine diventa una virtù.
Perché se una cosa mi è dovuta, mi è dovuta.E i furbetti non devono averla vinta.
Se ti va, condividi questo post con qualcuno che oggi sta lottando per un suo diritto: magari gli serve sentirsi meno solo.
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