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Agata tra la nebbia e il piombo

Agata tra la nebbia e il piombo - Racconto nuovo e Inedito di Monica Palazzi -


Buona lettura


Agata non aveva mai avuto niente gratuitamente … ogni cosa che aveva ottenuto l’aveva raggiunta con la fatica e il sudore della sua fronte.

Era nata appena tre anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale in un piccolo paese della prima periferia di Milano.

La sua era famiglia di operai e sia suo papà sia sua mamma lavoravano alla Pirelli anzi era proprio lì che era nato il loro amore seppur intervallato dagli anni della Guerra.

Oltre a lei c’era suo fratello Umberto che era più anziano di lei di un paio di anni.

Suo fratello subito dopo l’Avviamento Professionale, quella che adesso chiama Scuola Secondaria di Primo Grado, era andato in fabbrica come il papà e la mamma.

Agata, invece, voleva studiare perché fin da piccola aveva detto che avrebbe voluto fare il medico degli animali.

Inizialmente suo papà Eugenio pensava che scherzasse.

Non si era mai sentito una donna veterinaria …

Mamma Fosca che, invece, sapeva bene quando fosse testarda la figlia gli diceva: “Vedrai che la nostra Agata sarà la prima veterinaria del paese…!

In paese non c’erano molte scuole superiori e Agata dovette optare, per forza, per l’istituto magistrale però tanto le bastò per prendere la maturità e così accedere all’università…

Sapete che potei fare l’università proprio “per un soffio”? Difatti fino a poco prima si poteva accedere all’università solo se avevi frequentato il liceo però con la nuova riforma potei andarci anche io con il mio diploma delle magistrali!

Ma gli studi all’ateneo erano molto costosi e per non pesare troppo sui genitori trovò di fare qualche ora in un bar vicino alla Statale.

Agata, quindi, vide cambiare proprio sotto i suoi occhi il passaggio dal clima di “speranza” del boom economico della Pirelli alla durezza degli scontri di piazza di via Celoria, dove c’era la sede della Facoltà, giusto un paio di anni dopo.

Difatti quando la nostra beniamina intraprese questa sua nuova avventura erano anche gli anni che poi sarebbero stati definiti “Anni di Piombo”.

“Mi scusi signora Agata perché si chiamano “Anni di Piombo?” – le chiese un ragazzino compagno di classe di suo nipote Enrico.

Agata, difatti, stava tenendo una specie di conferenza alla scuola del nipote che era il figlio di sua figlia Giulia.

Enrico stava frequentando l’ultimo anno di un istituto tecnico per ragionieri e l’insegnante di storia aveva chiesto agli studenti di coinvolgere i parenti che quegli anni li avevano vissuti in prima persona per sentire dalla loro viva voce cosa tutto ciò avesse comportato nelle loro vite.

Per questo motivo ora Agata si trovava davanti a un gruppo bello numeroso di giovani per raccontare la sua storia …..

Cappello di laurea
Cappello di laurea

Tuttavia, da allora, Agata di strada ne aveva fatta molta e dopo essersi laureata in veterinaria aveva aperto un ambulatorio veterinario insieme al marito Vittorio conosciuto proprio durante quel periodo turbolento.

Si era persa nei suoi ricordi … ma il giovane le rinnovò la domanda… e allora si affrettò a rispondere…

Con “Anni di Piombo” - spiegò la donna – si intende quel periodo che indicativamente è andato dal 1969 fino al 1980 in cui da una parte c’è stata una vera e propria esplosione di modernità e musica e dall’altro l’Italia tutta è stata paralizzata dal terrore politico.

“Non faticai poi molto” -aggiunse- “a capire che il clima stava cambiando e in peggio, sapete?

Si sentivano, ormai, troppo spesso il suono delle sirene della celere e il grigiore che si vedeva in giro non era più quello della nebbia né tanto meno delle ciminiere della Pirelli, ma erano i lacrimogeni…”

Giusto, ancora, un attimo di silenzio e poi la nostra dottoressa prosegue il racconto ….

Si ricordava ancora, fin troppo bene, quando la sua sveglia suonava all’alba.

Lei, suo papà e il fratello prendevano tutti e tre “il treno dei lavoratori”.

Eugenio ed Umberto scendevano alla fermata Milano Greco-Pirelli davanti alla Bicocca quando loro sparivano tra i fumi delle ciminiere mentre lei proseguiva fino in centro verso il cuore della Città Studi.

In auto sarebbe stato molto più comodo, ma la Fiat 1100 era ancora un miraggio … costava tra le 900.000 e 1.100.000 lire che voleva dire un anno e mezzo di stipendio integrale che non avevano…

Agata si ricordava ancora come fosse ieri l’odore dolciastro della gomma lavorata che padre e fratello portavano fino a casa perché per quanto si lavassero accuratamente però l’avevano sempre fin sotto le unghie e nelle fibre delle tute.

Mentre lei aveva una cartella di cuoio rigida, non c’erano ancora gli zaini, e questa borsa era pesante per via dei tanti libri di veterinaria che ci metteva così come un camice ben inamidato e ben stirato dalla mamma.

La mamma ci metteva un infinito amore mentre stirava quel camice perché lei aveva dovuto lasciare il “suo posto alla gomma” non appena nati i figli aveva dovuto firmare le dimissioni perché allora si diceva che fosse meglio così.

Qualcuno dal fondo le domandò: “Come ci si vestiva allora?”

Agata spiegò che alle lezioni non era come adesso che si poteva, quasi, andare con la tuta …

Eh no …. Nelle aule bisognava vestirsi “a modino”. Le ragazze dovevano indossare delle gonne a trapezio mentre i coetanei maschi indossavano i pantaloni a zampa d’elefante.

Poi certo, Agata, aveva anche un “Eskimo” da indossare quando l’aria si faceva pesante. L’aveva acquistato di nascosto, guai, se l’avesse saputo suo padre.

L’Eskimo era il lasciapassare e l’aveva per evitare noie con gli altri in quanto era il simbolo politico di quegli anni ed era indossato dagli studenti come segno di rifiuto….

Ma chi erano gli “altri”? Erano i “Katanghesi” vale a dire il servizio d’ordine del Movimento Studentesco della Statale e costoro erano facilmente riconoscibili per via del giubbotto di pelle e i bulloni.

Eppure per quanto lei cercasse di restare “fuori” dalle contestazioni capitava spesso però che ai cancelli qualcuno le avesse infilato in mano un volantino ciclostilato.

Agata precisò che, in quegli anni, lei era poco più grande del pubblico che la stava ascoltando e sapere che cosa fosse giusto fare oppure no era difficile.

Da una parte c’era la famiglia per cui la Pirelli era l’orgoglio, il simbolo di quel Miracolo Economico che le aveva, anche, permesso di frequentare l’università….

Quante volte aveva sentito sia il papà sia suo fratello che parlavano dei nuovi macchinari e del Grattacielo Pirelli come dell’emblema della modernità….

Tuttavia le cose cambiavano quando era al lavoro al bar oppure nei corridoi della Statale dove, proprio, quei simboli erano duramente contestati.

I suoi compagni di studi sia all’Ateneo sia al bar preparavano gli slogan da urlare durante le manifestazioni, anche, contro i “padroni” e Agata si trovava a disagio in quelle situazioni.

Il boom economico della Pirelli stava lasciando pian piano il posto al piombo della strada e lei è proprio nel mezzo…

“Eh, cari ragazzi miei mi sentivo a disagio … che cosa dovevo fare?

Difendere il lavoro della mia famiglia oppure abbracciare la rivoluzione dei miei coetanei?”.

“Era quello che mi domandavo ogni qual volta c’era la Statale occupata e i cancelli chiusi per le occupazioni. Da una parte volevo studiare di buona lena così da laurearmi quanto prima per pesare il meno possibile sulle spalle della mia famiglia, solo con qualche ora al bar sicuramente non sarei arrivata molto lontano, e dall’altra no in quanto avrei voluto unirmi agli altri ragazzi…. Mi sentivo fuori dal mondo anche se ne ero immersa…”

E sul fondo una voce di una ragazza che chiedeva: “Poi cosa ha fatto?”.

Ma il suono della campanella che segnava la fine di quella strana, ma interessantissima lezione impedì alla nostra dottoressa di rispondere….

Dopo che tutti i ragazzi furono usciti dall’aula magna le si avvicinò la professoressa che la ringraziò per aver partecipato e spiegato ai suoi giovani alunni quel periodo che fino ad ora avevano solo letto sui libri di scuola.

Agata le sorrise e se ne andò felice.

Fuori c’era Vittorio che l’aspettava con i loro cani Milly e Billy.


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