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Diciotto millimetri di consapevolezza

Diciotto millimetri di consapevolezza - - Racconto nuovo e Inedito di Monica Palazzi -


Buona lettura


Il gelo del trasmettitore fu il vero e proprio punto di passaggio tra la mia vecchia vita e quella nuova.

A ventitré anni credi di poter correre per sempre e pensi a comperare un paio di scarpe nuove da trail, alle gare che dovrai ancora fare e agli allenamenti per arrivare primo o quanto meno piazzato, a quanti esami all’università dovrai dare prima della tesi, alle uscite con gli amici e alla ragazza che ti piace che però non ti guarda e, quindi, come fare a farsi notare da lei.

La morte e la malattia non ti toccano.

Non ho sempre vissuto, certo, inconsapevole di questo.

È ovvio. I miei nonni sono morti e pure uno zio per un brutto male però non pensi che quello possa capitare a te!

Ero lì per un semplice, quanto mai, banale controllo di routine. Per lo meno era quello che pensavo. È una cosa noiosa, ma sai che una volta all’anno devi farla e non vedi l’ora che sia fatta.

Ero convinto che il mio corpo fosse un meccanismo perfetto, un servo muto e fedele che non mi avrebbe abbandonato tanto presto. E, invece?

“Non ti muovere, respira piano Andrea” – mi disse il cardiologo senza togliere gli occhi dal monitor dell’ecografo.

Lo studio era in penombra e riuscii a vedere, a malapena un’immagine sgranata in bianco e nero che sembrava che danzasse a ritmo frenetico del mio sangue.

Quello era il mio cuore e non è quel simbolo stilizzato che si usa nei messaggi, ma è un muscolo possente e, forse, troppo ingombrante.

Il cardiologo mi spiega che le pareti del mio ventricolo sinistro appaiono spesse rigide, come se volessero proteggersi da una tempesta invisibile che solo loro sentivano arrivare.

Aggiunge che il termine tecnico è “Cardiomiopatia Ipertrofica”.

“Il tuo setto interventricolare misura diciotto millimetri” - prosegue il medico mentre appoggia la sonda-

E queste parole scivolano tra le pareti della stanza con estrema pesantezza, ne resto stordito come avessi preso un pugno in pieno volto.

Riesco a dire solo: “Come scusi?”

Il dottore prosegue la sua spiegazione, forse, credendo che fossi in attesa di quello, in realtà, non so nemmeno io che cosa stavo aspettando, forse, di risvegliarmi da quello che credevo fosse solo un brutto incubo e, invece, non lo era.

“La norma per un ragazzo della tua età dovrebbe essere quasi la metà, le fibre sono disorganizzate e si ostacolano a vicenda. Il tuo cuore fatica a fare quello che dovrebbe essere naturale.”

Nemmeno il tempo di realizzare tutto questo che arriva quella che per me è una sentenza definitiva.

“Da oggi, Andrea, niente più corse, basta fare sforzi intensi, dobbiamo proteggere questo ritmo altrimenti si spezzerà…”

Lascia la frase in sospeso, ma ovviamente capisco che cosa vuole dire…

Da quel momento, la mia salute mentale non subisce un crollo, ma un’eclissi che è, forse, peggio.

Sono come sospeso in una bolla dove guardavo il me che ero e che non sarei più stato contrapposto a quello che dovrò essere…

La parola “fermati” risuona come un qualcosa di irreale, un paradosso.

Non ho mai avuto un dolore fisico che potesse essere presagio di questa malattia … niente che indicasse che qualcosa non andava a dovere nel mio corpo eppure sono diventato, improvvisamente, fragile come un cristallo che si deve maneggiare con estrema cura.

Esco dall’ospedale sono come in uno stato di trance ed è inizio estate, ma io sento come un brivido che mi corre lungo la schiena vedo il mondo “vivere” come sempre.

Gente che corre frenetica per non perdere il bus, anziani e bambini al parco chi a leggere il giornale e chi a rincorrersi … tutto procede come sempre, ma non io.

Tutti sono ignari del mio dolore com’è giusto che sia; loro sono felici mentre io no.

Cammino piano piano, quasi a voler contare i passi, per non affaticare troppo quel muscolo troppo grande che so di avere nel petto.

È l’inizio del mio viaggio, un viaggio che non voglio fare ma che devo fare.

Devo imparare a riprogrammare la mia vita perché se voglio continuare a esserci, allora, devo imparare a conoscere il mio battito e i miei nuovi limiti invece di sfidarlo.

Passarono giorni in cui non faccio altro che domandarmi: “Perché proprio io? Non è giusto, non doveva succedere proprio a me”.

Ci sono, poi, giorni in cui non voglio nemmeno alzarmi dal letto e a che pro vivere quella vita che non è più la mia vita?

Poi un giorno, improvvisamente, capisco che “piangermi addosso” non è certo la soluzione a tutti i miei mali.

Quella cosa, la cardiomiopatia ipertrofica, è capitata a me e ora devo farci i conti fino alla fine dei miei giorni.

Non voglio darla vinta a “Lei”, devo combattere e allora incomincio a domandarmi: “Come posso vivere ora?”

La risposta è semplice, quasi banale, devo mettere via le scarpe da corsa e la mia attrezzatura sportiva.

Tuttavia non devo vederlo come un “addio”, ma come una ricalibrazione di quello che è il mio essere.

Ok, non avrei più corso, non avrei più potuto fare le immersioni, andare sugli sci ma potevo vivere!

“Cosa vuol dire “vivere” per me?” –

Forse rispondendo a questa domanda avrei visto la mia situazione in maniera meno drastica.

“Per me vivere vuol dire vedere mia sorella Anita diventare grande e diplomarsi, magari, aprire anche il suo salone di parrucchiera che voleva fin da piccola, laurearmi e fare la specializzazione poi sposarmi (anche se in realtà, al momento, non ho nemmeno la ragazza).

Devo concentrarmi su quello che ho e non su quello che non ho o che avrei potuto avere. E’ naturale, poi, come avrebbe detto mia nonna: tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare…” Ma non devo darla vinta a lei senza combattere e vendere cara la mia pelle.

Dopo qualche mese da questa mia consapevolezza mentre sono in biblioteca per preparare un esame mi capita per le mani un libro, non so nemmeno io come mai proprio quello e che fosse stato un segno del destino? , che parla della filosofia del Kintsugi.

Inizio a leggerlo come spinto da una forza interiore e capisco che questa sarebbe stata la mia salvezza.

Il segno per tornare a vivere che sto aspettando.

La Filosofia del Kintsugi (vuol dire “riparare con l’oro”) è un’antica arte giapponese che consiste nel riunire i frammenti di un oggetto di ceramica rotto tramite una lacca impreziosita da polvere d’oro oppure d’argento.

E se noi occidentali quando ripariamo qualcosa cerchiamo di nascondere il danno loro, invece, lo esaltano per far diventare la frattura il vero e proprio punto di forza.

E lo stesso vale per me perché il mio problema non è la fine, ma un modo per rinascere e adesso so pure come fare a mettere in pratica i miei propositi.

Se l’oggetto riparato è più bello e più prezioso lo stesso può valere per me no?

Avrei dovuto cambiare il mio modo di vedere e vivere le cose, certo non sarebbe stato facile però posso anzi devo farcela!

La mia nuova vita prevede la logica de “la pratica del Passo Corto”.

Oltre al “freno” chimico dei beta-bloccanti ora avrei dovuto imparare a camminare e a non correre però con questo sistema, andando calmo, avevo modo di vedere dettagli che prima, con la mia vita frenetica, ignoravo.

Ammirare un fiore che sta sbocciando sul bordo della strada o scambiare due parole con tutta calma con quella vecchina che tutte le mattine se ne tornava a casa con il suo sacchetto del pane e che, prima, a malapena salutavo.

Questa introspezione diventa il mio nuovo benessere, una sorta di chiave di volta.

Naturalmente questo “cambiamento” non è stato una passeggiata.

Dopo averlo realizzato ho dovuto spiegarlo a tutte le persone che mi vogliono bene e a cui ancora non avevo detto nulla.

Ai miei genitori, prima di tutti, ed ho visto mia mamma piangere per la notizia e mio papà impallidire.

Per la prima volta in vita mia sono stato io a fare coraggio a loro e non viceversa, spiegando che come aveva detto il cardiologo: “Andrea “non è una sentenza di morte” però ora dovrai prendere degli accorgimenti e non fare più sforzi”.

Poi, il secondo passo, è stato parlarne con gli amici, con i ragazzi del gruppo sportivo e il mio allenatore e dire loro che non sarei stato più quello di prima. Fino ad allora avevo accampato scuse per non partecipare agli allenamenti o per non andare in giro come sempre avevo fatto.

Qualcuno di loro, inizialmente, mi ha guardato come “diverso” però dopo anche questi hanno capito e ammirato la mia forza di volontà e sono tornato a essere uno del gruppo né più né meno di prima e, anzi, in tanti hanno ammirato la mia grande forza di spirito.

E, adesso, che sono passati dieci anni cosa posso dire?

Posso dire che, ormai, ho imparato ad ascoltare il mio battito non più con la paura dei primi tempi quando ero iper-vigilante, ma quasi con amicizia.

Adesso il mio cuore è pesante, ma anche perché è pieno di tutte le cose belle che ho avuto modo di vedere e vivere nonostante e, forse, anche grazie a questa diagnosi.

Ho capito, infatti, che la resilienza non è tornare a essere quello che ero prima, ma avere il coraggio di rifiorire anche tra le crepe di quello che sono diventato.



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