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Cena Aziendale di Natale (con veleno incluso)

18 set
Tempo di lettura: 6 min

Aggiornamento: 22 set

Cena Aziendale di Natale (con veleno incluso) - Racconto nuovo e inedito di Monica Palazzi -

Buona lettura 😉


Mi chiamo Marco e da ventisette anni servo ai tavoli del ristorante più elegante della mia città.

Ho imparato a riconoscere una bugia dal modo in cui una mano stringe il calice e un segreto dal silenzio che segue una risata.

Quella sera, alla cena aziendale della ditta "Orizzonte Italiano", avrei preferito non accorgermi di nulla.

Il maître mi aveva affidato la sala privata, quella dove ci sarebbe stata la cena aziendale, e io avevo controllato ogni dettaglio: i tovaglioli piegati a ventaglio, l’argenteria allineata, i bicchieri senza una macchia.

Sul grande tavolo brillavano dodici posti, dodici nomi e dodici ambizioni.

Tra loro sarebbe stato scelto il Capo della nuova Filiale che avrebbe aperto dopo le festività.

Conoscevo tutti gli invitati in quanto la cena di Natale era, ormai, un'abitudine da svariati anni.

C’era il direttore generale, elegante e nervoso; la sua assistente, Marta, che sorrideva senza allegria; il responsabile vendite, Riccardo, convinto di avere già vinto; e Luca, il più giovane, sempre in disparte, come se avesse paura di occupare troppo spazio.

Quando arrivarono, le loro voci riempirono la sala.

Io passavo tra i commensali con gli aperitivi, osservando senza sembrare curioso. Riccardo raccontava per la terza volta una storia di successo, mentre Marta teneva gli occhi sul suo telefono.

Il direttore, invece, controllava continuamente il suo orologio.

Alle diciannove e trenta esatte servii l’antipasto.

Fu allora che notai il primo dettaglio strano: il bicchiere del direttore non era quello che avevo posato davanti a lui.

Il mio plan de table era preciso e io non sbagliavo mai, modestia a parte.

Quel calice proveniva dal posto di Luca.

Pensai a una distrazione, finché Marta mi chiamò sottovoce. “Marco, porti dell’acqua al direttore.

E passi subito ai primi piatti.”

La sua voce tremava.

Guardai il bicchiere.

Sul bordo, quasi invisibile, c’era una polvere bianca.

Non sembrava sale.

Non sembrava zucchero.

Pochi minuti dopo il direttore si alzò per brindare.

Sollevò il calice, ma prima che potesse bere Luca gli afferrò il polso.

“Non lo faccia.”

Nella sala calò il silenzio.

Riccardo rise, una risata breve e falsa, ma soprattutto agitata.

“Che succede, ragazzo?

Hai visto un fantasma?”

Luca lasciò il polso del direttore e impallidì.

Il direttore bevve comunque un sorso.

Poi si portò una mano alla gola, fece un passo indietro e crollò sulla sedia.

Tutto si svolse lentamente, come al rallentatore.Io rimasi immobile con il vassoio in mano mentre il maître chiamò i soccorsi.

Gli invitati cominciarono ad accusarsi a vicenda.

Marta sosteneva di non aver toccato il bicchiere.

Riccardo urlava che Luca aveva tentato di avvelenare il capo.

Luca ripeteva soltanto: “Non era destinato a lui!”

Quella frase mi rimase nella testa.

Arrivò la polizia e il commissario Belmonte fece chiudere le porte.

Nessuno poteva uscire dalla sala o entrarvi senza il suo permesso.

Il direttore era stato portato in ospedale e, per fortuna, il veleno ingerito era stato pochissimo.

I medici dissero che si sarebbe ripreso, per fortuna, nel giro di breve tempo.

Ma qualcuno aveva preparato il delitto con estrema cura.

Il commissario mi interrogò per primo.

“Chi ha servito in sala?”

“Io.”

“E chi ha toccato i bicchieri?”

“Dopo che li ho sistemati, tutti potevano farlo. ”

Belmonte guardò il tavolo con estrema attenzione.

Io gli indicai il dettaglio che nessun altro aveva notato: il bicchiere del direttore era l’unico senza l’impronta del tovagliolo sul piedistallo.

Era stato spostato dopo la lucidatura.

Il commissario fece fotografare ogni cosa.

Poi mi chiese di ricostruire i movimenti degli invitati.

Ricordai Marta vicino al tavolo prima dell’antipasto, Riccardo che aveva fatto cadere una cartellina e Luca che era uscito sul balcone per fumare una sigaretta.

“E il direttore?”

“Non ha mai lasciato il suo posto.”

“Questo è ciò che sembra,” risposi.

“Ma durante il brindisi si è alzato e ha preso il calice di Luca.”

Il commissario mi fissò.

“Ma perché avrebbe dovuto farlo?”

Quello io non lo sapevo proprio.

Tornai a guardare la tavola.

Dodici posti, dodici bicchieri.

Improvvisamente capii: non era il vino a essere stato scelto.

Era il nome sul cartoncino.

Chiamai Marta.

Le chiesi di mostrarmi la disposizione originale.

Nel frattempo notai che il cartoncino di Luca era stato incollato sopra un altro. Lo sollevai con la punta di un coltello e sotto comparve il nome di Riccardo.

Il vero bersaglio era lui.

Riccardo si mise a ridere, ma nessuno lo seguì.

Marta abbassò lo sguardo.

Il commissario le domandò perché avesse cambiato i posti.

“Per proteggere qualcuno,” rispose.

La verità venne a galla poco alla volta.

Riccardo aveva scoperto che Marta aveva falsificato alcuni bilanci su ordine del direttore.

Lei aveva preparato il veleno per Riccardo, l’unico che poteva testimoniare contro di lei, e aveva versato la sostanza nel bicchiere destinato a lui.

Ma perchè la donna si era prestata a quell'imbroglio?

Perchè era l'amante del direttore che le aveva promesso che entro l'Epifania avrebbe lasciato la moglie.

Marta, poi,per confondere le indagini, aveva spostato i cartoncini.

Non aveva previsto che il direttore avrebbe preso il bicchiere sbagliato.

Luca aveva visto Marta versare la sostanza e aveva cercato di fermarlo, ma troppo tardi.

Quando portarono Marta via, nessuno parlava più, nemmeno Riccardo.

Il commissario mi ringraziò e mi chiese come avessi capito.

“Non ho capito subito,” risposi.

“Ho solo seguito le cose che non erano al loro posto.”

Poco prima della mezzanotte il maître mi ordinò di sistemare la sala.

Lucidai i calici, raccolsi i tovaglioli e rimisi in ordine le posate.

Prima di uscire, guardai ancora una volta la tavola.

E ripensai agli ultimi commensali che lì si erano seduti.

Dodici posti, dodici invitati ma adesso con un segreto in meno.

Quando rincasai, era ormai molto tardi...molto più del solito.

Anna, mia moglie, mi aspettava in cucina con una tazza di camomilla tra le mani, anche se sapevo bene che non l’avrebbe bevuta: la preparava per me ogni volta che tornavo dopo un servizio serale impegnativo come quello.

Posai le chiavi sul mobile dell’ingresso e cercai di sorridere.

“È andato tutto bene, Marco? Quando mi hai telefonato per avvisare del tuo ritardo eri sul vago.” mi domandò.

“Dipende da cosa intendi per bene,” risposi, togliendomi il grembiule che ancora indossavo.

Ero talmente stanco di accorgermene solo ora, poco male...

“Nessuno è morto, se è questo che vuoi sapere.”

Anna mi guardò di sbieco da sopra il bordo della tazza.

“Dai, Marco, non scherzare.”

Mi sedetti e le raccontai della cena, del bicchiere spostato e della polvere bianca sul bordo.

Alcune cose, quando vengono raccontate ad alta voce, sembrano ancora più vere.

E per me, difatti, lo diventarono solo in quel momento esatto.

Quando ne parlai con Anna.

Lei ascoltò senza interrompermi, come faceva sempre, e alla fine mi chiese perché continuassi a pensare a Luca.

“Perché ha detto che il veleno non era destinato al direttore,” spiegai.

“E perché, quando tutti urlavano, lui era l’unico a guardare il tavolo.”

Anna rimase in silenzio per qualche secondo.

Poi indicò le mie mani.

“Hai ancora qualcosa addosso?”

Guardai il grembiule, ma lei non si riferiva a quello, ma a una piccola macchia scura che era rimasta vicino alla tasca.

La toccai con un dito e sentii un odore acre, quasi metallico.

Non era vino o inchiostro oppure altro del genere e in quel momento intui che probabilmente era una traccia della sostanza velenosa, rimasta lì quando avevo controllato il bicchiere o sistemato il cartoncino.

In quel momento capii che il pericolo era stato molto più vicino a me di quanto avessi immaginato.

E come se mi avesse letto nel pensiero Anna mi chiese:

“Domani tornerai al ristorante?”

“Certo, perchè non dovrei?

È il mio lavoro.”

“Non è una risposta, Marco, lo sai che cosa voglio dire...”

Sorrisi appena.

E non aggiunsi altro....

Anna si alzò, prese il grembiule e lo appoggiò lontano dal tavolo.

Prima di andare a dormire mi abbracciò e mi disse: "Ti amo tanto, Marco e per me sei la persona più importante insieme ai nostri due figli Giorgio ed Ilenia.

Non fare mai più lo Sherlock Holmes, mi raccomando e semttila di pensare a quel Luca!"

Io rimasi ancora qualche minuto in cucina, ascoltando il rumore dell’orologio che aveva l'età del nostro matrimonio e ripensando a quello che era successo e a quanto fossi stato vicino alla morte.

Il giorno dopo tornai al lavoro prima del solito perchè temevo di aver sistemato tutto di corsa dimenticando qualcosa e non volevo avere dei rimproveri dal maître

Il ristorante era vuoto e profumava solo del caffè che mi ero appena fatto prima di iniziare il servizio.

Ero felice del mio lavoro, e ancora di più della mia famiglia perciò decisi che questa esperienza da " aspirante Sherlock Holmes" sarebbe stata abbastanza per me.

Non ne sarebbero seguite certamente delle altre e l'avrei detto anche a Anna e non pensai più a Luca e ai suoi colleghi.


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