Il battito della corteccia
Aggiornamento: 19 set
Il battito della corteccia - Racconto nuovo e inedito di Monica Palazzi -
Buona lettura 😉
Marta, in realtà, aveva sempre avuto fretta. E non è che le piacesse poi così tanto vivere di corsa, ma ormai ci era abituata.
Fretta di arrivare al lavoro, di rispondere ai messaggi, di mantenere le promesse e di dimostrare a tutti di essere forte.
A quarantadue anni era riuscita a costruirsi una carriera rispettabile, una bella casa e una vita apparentemente perfetta.
Eppure, dentro di sé, sentiva crescere una stanchezza che nessuna vacanza, per quanto bella, riusciva più a cancellare.
Ogni mattina la sveglia suonava alle sei e trenta e, prima ancora di alzarsi, il telefono era già pieno di notifiche.
Marta le leggeva una dopo l’altra, come se da quelle piccole luci dipendesse l’andamento dell’intera giornata.
Una mattina di novembre, mentre attraversava la strada per raggiungere l’ufficio, si fermò improvvisamente.
Non sapeva perché, ma le era sembrato di sentire un rumore.
Un colpo sordo.
Poi un altro.
Si guardò intorno.
Le automobili passavano veloci, la gente camminava con gli occhi abbassati e il vento spingeva le foglie lungo il marciapiede.
Non c’era niente di strano, almeno così sembrava.
Marta riprese a camminare, facendo finta di niente, anche se, a dire il vero, quel suono continuò a ronzarle nella testa.
Durante la giornata si sentì distratta e nervosa.
Dimenticò una riunione, sbagliò una telefonata e rimase per quasi un’ora davanti allo schermo del computer senza riuscire a concludere nulla.
La sera, tornata a casa, trovò sua madre ad aspettarla.
"Dovresti prenderti qualche giorno per te" le disse.
Marta sorrise, come faceva sempre quando non voleva affrontare un discorso serio.
"Non posso. Ho troppo da fare."
Sua madre non insistette. Le porse soltanto una vecchia chiave arrugginita.
"È della casa di tuo nonno. Il comune vuole sistemare quella zona e forse la venderanno. Prima che succeda, vai a dare un’occhiata."
Marta guardò la chiave senza molto entusiasmo. Ma chi glielo faceva fare?
In fondo, che cosa avrebbe trovato?
Polvere, vecchi mobili e qualche ricordo scomodo. La casa si trovava ai margini di un bosco, in un paese dove non tornava da quasi vent’anni.
Il giorno seguente prese un permesso e partì.
Durante il viaggio si convinse che sarebbe rimasta soltanto un’ora, forse anche meno: avrebbe controllato le stanze, raccolto qualche fotografia e poi sarebbe tornata in città.
Non aveva certo intenzione di trasformare quella visita in una fuga romantica dalla vita quotidiana, no di certo.
Arrivò nel primo pomeriggio.
La casa era più piccola di come la ricordava, con le persiane scolorite e il giardino invaso dalle erbacce.
Dietro l’abitazione c’era ancora il grande castagno sotto il quale suo nonno si sedeva a leggere.
Marta si avvicinò al tronco, quasi senza rendersene conto.
Fu allora che lo sentì di nuovo.
Toc.
Toc.
Toc.
Appoggiò una mano sulla corteccia.
Il rumore era leggerissimo, ma regolare. O almeno così le sembrava.
Sembrava quasi il battito di un cuore.
Sorrise, ricordando ciò che le diceva suo nonno quando era bambina.
"Gli alberi parlano, Marta. Solo che bisogna stare zitti per riuscire ad ascoltarli."
A quei tempi lei rideva e gli chiedeva di inventare una storia.
Ora, invece, rimase immobile.
Il bosco era silenzioso, o almeno lo era abbastanza.
Non completamente, ma abbastanza perché ogni piccolo rumore diventasse importante: il fruscio dei rami, il verso di un uccello, il vento tra le foglie secche.
Marta entrò in casa e, dopo aver trovato la finestra giusta, la aprì. E meno male, perché dentro c’era un’aria davvero pesante.
L’aria fredda sollevò la polvere e mosse le tende rimaste chiuse per anni.
In cucina trovò ancora una tazza scheggiata, appoggiata vicino al lavandino, e sul muro il calendario dell’ultimo anno in cui suo nonno aveva abitato lì.
Trovò vecchie fotografie, libri impolverati e un quaderno appartenuto a lui.
Lo sfogliò lentamente.
In quelle pagine erano annotati pensieri semplici: il tempo della semina, la pioggia arrivata dopo una lunga siccità, la nascita dei nipoti, la morte di sua moglie.
In fondo a una pagina Marta lesse:
Non bisogna aspettare che la vita ci costringa a fermarci.
Prima o poi, tutto ciò che ignoriamo torna a bussare e ci viene presentato il conto.
Rimase a lungo con gli occhi fissi su quelle parole.
Si accorse che da molti anni non pensava più al nonno senza provare un senso di colpa.
Era stata lei a smettere di andare in quella casa.
Dopo la sua morte aveva preferito riempire ogni giornata di impegni, come se il rumore della città potesse coprire il dolore.
Nel tardo pomeriggio uscì per cercare della legna.
Il sentiero dietro la casa era quasi scomparso, ma Marta ricordava ancora dove portava: a una piccola radura con una sorgente.
Da bambina ci andava con il nonno e raccoglieva pietre lisce da portare a casa.
Camminò lentamente, inciampando più volte nelle radici.
Quando arrivò alla radura, trovò la sorgente ridotta a un filo d’acqua.
Accanto al ruscello c’era una scatola di latta arrugginita.
La aprì e vi trovò alcune biglie colorate, un bottone blu e un biglietto piegato in quattro.
Era una frase scritta con la grafia del nonno:
Quando ti sembrerà di non sapere più dove andare, torna al punto da cui sei partita.
Marta si sedette su una pietra.
Per la prima volta ammise a se stessa di non essere poi così felice.
Non era infelice in modo evidente, non aveva perduto tutto e non le mancava nulla di concreto.
Le mancava però il tempo per accorgersi di ciò che aveva.
Quella notte dormì nella vecchia camera da letto. Il materasso era scomodo e il vento faceva sbattere una persiana, ma per la prima volta dopo mesi Marta non controllò il telefono.
Si svegliò più volte, ascoltando i rumori della casa e il respiro del bosco.
La mattina seguente uscì presto.
Il cielo era chiaro e sulle foglie rimanevano piccole gocce di brina.
Marta raccolse i rami caduti, riparò una parte della staccionata e pulì il tavolo di legno che suo nonno usava per lavorare. Non era proprio il lavoro che aveva immaginato per quei giorni, ma pazienza.
Ogni gesto era semplice, quasi inutile, ma le dava una strana tranquillità.
A metà mattina arrivò il vicino, il signor Arturo, con un cesto di pane e formaggio. Era molto più anziano di come lo ricordava, ma conservava lo stesso sorriso.
"Tuo nonno diceva che saresti tornata" le raccontò.
Marta lo guardò sorpresa. Possibile che suo nonno avesse davvero previsto tutto?
"Davvero?"
"Diceva che alcune persone possono allontanarsi quanto vogliono, ma prima o poi sentono il richiamo delle proprie radici."
Parlarono per quasi un’ora.
Arturo le raccontò che il castagno aveva resistito a due fulmini e a una malattia che aveva distrutto molti alberi della zona.
Poi aggiunse che suo nonno lo aveva curato per anni, incidendo la corteccia e coprendo le ferite con una mistura preparata in casa.
"Per questo è ancora vivo» disse. "Non perché non sia mai stato ferito, ma perché qualcuno si è preso cura di lui."
Quelle parole rimasero con Marta per tutto il giorno. E forse, pensandoci bene, avevano anche un fondo di verità.
Pensò alle proprie ferite, a quelle che aveva nascosto dietro il lavoro e i sorrisi. Forse anche lei non aveva bisogno di essere più forte; forse aveva bisogno di smettere di fingere di non avere bisogno di nessuno.
E così, volente o nolente, trascorse tre giorni nella casa.
Ripulì il giardino, sistemò alcune tegole e raccolse le foglie intorno al castagno. Ogni tanto telefonava al lavoro, ma sempre più raramente.
Scoprì che molte cose potevano aspettare e che il mondo non crollava se lei non rispondeva immediatamente a ogni richiesta.
Prima di ripartire, Marta entrò ancora una volta nella stanza del nonno.
Sul davanzale trovò una fotografia che non aveva mai visto: lei bambina, seduta sotto il castagno, con le mani sporche di terra e un sorriso enorme.
Sul retro c’era scritto:
La mia piccola radice.
Marta infilò la fotografia nella borsa.
Poi uscì e si fermò davanti all’albero.
Toc.
Toc.
Toc.
Questa volta non ebbe paura di quel suono.
Le sembrò, anzi, che l’albero le stesse ricordando qualcosa: che crescere non significava correre sempre verso il cielo, ma anche restare saldamente ancorati alla terra.
Quando finalmente tornò in città, sua madre la osservò in silenzio. Era evidente che aspettava di capire che cosa fosse successo.
"Sei cambiata" disse.
Marta posò la borsa sul tavolo e si lasciò andare a un lungo respiro.
"Forse ho solo ricominciato ad ascoltare."
Nei giorni successivi non lasciò il lavoro e non vendette la casa, questo è vero. Però cercò di cambiare alcune cose. Fece però alcune scelte che prima le sarebbero sembrate impossibili.
Chiese ai colleghi di rispettare i suoi orari, smise di portare il computer a letto e tornò a frequentare un’amica che non vedeva da anni.
Qualche settimana dopo decise di non vendere la casa.
La trasformò in un piccolo rifugio dove andare nei fine settimana e, con il tempo, invitò anche altre persone che avevano bisogno di rallentare.
Non voleva creare un luogo importante o speciale.
Voleva soltanto offrire ciò che lei aveva trovato: una stanza tranquilla, un sentiero e la possibilità di restare in silenzio senza sentirsi in colpa.
Sotto il grande castagno mise una panchina. Una panchina semplice, niente di speciale, ma proprio per questo perfetta.
Ogni volta che si sedeva, appoggiava la schiena al tronco e ascoltava quel battito discreto.
Toc.
Toc.
Toc.
Non seppe mai se fosse davvero il cuore dell’albero o soltanto il rumore della linfa che saliva lentamente nei rami.
Ma non le importava più di tanto. L’importante era aver ritrovato qualcosa.
Aveva finalmente capito che alcuni messaggi non arrivano attraverso le parole, questo ormai lo sapeva.
A volte si nascondono nel silenzio, nel vento e nel battito della corteccia.
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