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L'ultimo trasloco

2 giorni fa
Tempo di lettura: 6 min

 L'ultimo trasloco - Racconto nuovo e Inedito di Monica Palazzi -


Buona lettura 😉


Faceva davvero troppo caldo al terzo piano di quel palazzo popolare dove nemmeno il nastro adesivo da imballaggio si attaccava …

Paolo passò per l’ennesima volta il dorso della mano sulla fronte così lasciando una riga nera di fuliggine e sudore.

Quell’appartamento sentiva di chiuso, tabacco e minestrone che era il classico odore delle case dove gli anziani muoiono in solitudine in estate.

“Sbrigati con quei pacchi che i colleghi hanno bisogno di una mano per portare da basso gli scatoloni i soprammobili”

Era il suo capo che urlava dal vano delle scale, ma Paolo non rispose.

Il ragazzo lavorava in nero per quella ditta di sgomberi da un paio di mesi nella speranza di essere messo in regola come gli era stato promesso.

Lui aveva bisogno di quel lavoro come l’aria che respira in quanto quei soldi erano l’unica entrata che aveva da quando la ditta dove lavorava aveva chiuso.

Miriam, la moglie, lavorava part time non perché lo volesse, ma perché non era riuscita a trovare di meglio e con due figli uno stipendio serviva eccome se serviva.

Sollevò l’ultimo cartone da dove scivolò fuori un quadernetto.

Non molto grande, sembrava un’agenda anche se non lo era, era sbiadito sull’angolo ed era tenuto chiuso da un elastico consumato.

Non seppe perché però se lo mise nella tasca della tuta.

In pausa pranzo gli venne in mente di quel quadernetto e in automatico lo tolse dalla tasca ed iniziò a leggere.

Pensava fosse un diario di una ragazza oppure un libretto con le uscite e le entrate di una casalinga degli anni Sessanta e invece no…

Era una grafia ordinata ed elegante da uomo di cultura benestante.

Difatti le prime pagine erano appunti accademici, ma tutto cambiava più o meno dalla metà del blocco.

C’era anche una data 1994.

12 luglio 1994. Oggi sia i telegiornali sia i giornali dicono che V. vestiva un cappotto blu con il cappuccio. Si sbagliano e di grosso. Era verde scuro e tra i capelli aveva un cerchietto con un orsetto e il vestito aveva un grande fiocco. Avevamo fatto amicizia grazie a qualche dolcetto … era una bambina molto golosa ed era stato facile con lei.

“Ma che cosa sto leggendo?” – si domandò fra sé e sé Paolo-

Qualcosa iniziava a frullargli in testa.

Era un ragazzino però si ricordava sia dei suoi genitori sia dei nonni che gli dicevano di stare attento e di non dare confidenza agli sconosciuti che in città era scomparsa una bambina.

E di quella bambina non si era poi più saputo nulla.

Se ne era parlato per un po' di tempo e poi la questione era finita nel dimenticatoio come tante altre cose però adesso quei fatti stavano tornando alla mente.

Guardò l’ora sul cellulare e la sua pausa pranzo stava per terminare.

Non poteva permettersi di arrivare in ritardo altrimenti avrebbe potuto perdere il posto di lavoro.

Cacciò il quadernetto in tasca pensando che, magari, la persona che aveva scritto quelle righe, forse, potesse aver preso spunto da quei fatti senza, per forza, averli commessi davvero.

Magari era un aspirante scrittore…

Paolo si diresse verso l’appartamento di buona lena.

Passò accanto ai suoi colleghi senza nemmeno degnarli di uno sguardo aveva bisogno di tornare a fare qualcosa di manuale per non pensare …

Restava da sbaraccare solo la camera da letto, ormai la casa era vuota, l’aria immobile come in attesa di avere anche lei una risposta….

Si diresse verso la camera matrimoniale con tanto di scheletro della rete matrimoniale in ferro battuto.

Spostò la rete con un rumore metallico che lo spaventò in quanto rimbombò forte nel silenzio.

E fu allora che Paolo notò il pavimento.

La moquette di quel colore rosso mattone, logorata dal tempo, in un punto ben preciso sotto il letto era sollevata e tagliata male.

Paolo sentiva il cuore che gli rimbombava in petto, sembrava che quasi gli dovesse venire un infarto.

Tolse il taglierino da trasloco dalla tasca e incise con una precisione chirurgica la moquette.

Sotto non c’era quello che ci sarebbe dovuto essere vale a dire il massetto di cemento liscio, ma una botola di ferro rettangolare.

Una vecchia presa d’ispezione del condominio usata per gli scarichi dell’acqua che era stata sigillata in maniera grossolana con del silicone grigio.

Da una piccola fessura usciva uno strano odore che nulla aveva a che fare con quello del vecchio appartamento.

“Che cosa devo fare? – si domandò con ansia Paolo- “Devo dirlo alla polizia oppure no? Se parlo perdo il posto di sicuro, ma se non dico niente non avrò più il coraggio di guardarmi allo specchio”.

Questi pensieri furono interrotti in maniera brusca dal colpo di clacson del furgone. Il capo urlò che dovevano andare in discarica prima che chiudesse e questo voleva dire che avrebbe avuto ancora una notte per decidere in quanto l’indomani sarebbero tornati ancora lì.

Paolo passò una notte che definire orrenda era riduttivo.

Continuava a rigirarsi nel letto senza posa.

Un attimo pensava che avrebbe dovuto parlare e quello dopo no che era meglio per lui se fosse rimasto zitto.

La mattina aveva preso la sua decisione definitiva, sicuro che fosse quella giusta.

“Dove stai andando Paolo?” - chiese Miriam- “E’ ancora così presto!”

“Sto andando a fare la cosa giusta” - rispose di rimando lui-

La moglie avrebbe voluto chiedere di più, ma il figlio più piccolo chiamò e lei dovette andare.

Era ancora buio ed era freschino, Paolo alzò il bavero della giacca di jeans e via.

Tastò la tasca dei pantaloni e il quaderno era ancora lì al suo posto, e dove doveva essere altrimenti?

Era come un automa … un po' per l’ansia e un po' per la tensione di quello che stava facendo …. Ma in men che non si dica si trovò fuori dalla questura.

Prese un respirò e raccontò tutto quanto prima al piantone poi all’ispettore che lo ascoltarono in maniera incredula come se si fosse inventato tutto quanto, ma a che pro?

Ma, per fortuna, riuscì a convincerli soprattutto grazie all’agendina.

Una volta arrivati sul posto e aperto la botola scoprirono lì sotto una specie di stanza con un letto, un comodino con una lampada dei libri ma soprattutto uno piccolo scheletro.

“Come mai hanno lasciato morire la bambina?” - si domandò l’ispettore- “Ma è stata una cosa voluta oppure è capitata per sbaglio?”

Chi aveva abitato in quell’appartamento?

Bisognava fare chiarezza per bene e in maniera accurata prima di gettare la colpa su qualcuno senza essere sicuri della sua colpevolezza!

Dalle indagini l’ispettore Mirto venne a sapere che prima di quel signore anziano e distinto che ci aveva vissuto per una decina d’anni, lì ci aveva vissuto un tipo strano e misantropo che ancora nel quartiere in tanti se lo ricordavano in quanto era sua abitudine fare dispetti, per non dire di peggio, a cani e gatti oppure forare le gomme delle ruote delle biciclette o piccoli furtarelli.

E fu proprio grazie a uno dei tanti furtarelli che aveva fatto che riuscirono a recuperare le sue impronte da comparare a quelle che si trovavano sul quadernetto e che, ovviamente, non erano di Paolo e tanto bastò per accorgersi che erano le sue.

Ormai l’uomo era morto da diversi anni tuttavia i genitori della piccola c’erano ancora.

L’ispettore si trovò davanti a un compito davvero difficile, vale a dire convocare in questura quei due genitori ormai anziani e distrutti da trent’anni di silenzi e false speranze.

Quando Mirto disse loro che il colpevole era stato identificato e che i resti della loro piccola erano stati finalmente ritrovati, la mamma scoppiò in un pianto silenzioso, mentre il papà strinse forte la mano della moglie.

Nonostante il dolore immenso, nei loro occhi passò come un senso di sollievo.

L’incubo di non sapere era finito per sempre.

Qualche giorno dopo, Paolo ricevette una telefonata da un numero che non aveva in rubrica.

A chiamarlo era Riccardo, il fratello maggiore della bambina scomparsa.

Voleva ringraziarlo di persona per quel gesto di coraggio che aveva ridato dignità alla sua famiglia.

I due si incontrarono in un piccolo bar proprio vicino alla questura.

Riccardo, che gestiva una solida ditta di trasporti e logistica, guardò Paolo negli occhi e gli tese la mano: “Ho saputo in che condizioni lavoravi e che sei una brava persona. Io ho bisogno di un autista onesto e di fiducia. Se vuoi il posto è tuo, subito e in regola”.

Paolo strinse quella mano forte forte, sentendo un gran nodo alla gola.

Fu allora che capì che fare la cosa giusta lo aveva salvato.

Eh sì, perché in quel cambio così inaspettato non si era solo liberato di un brutto segreto, ma aveva finalmente trovato quel lavoro sicuro che cercava per la sua famiglia.

Quello, per tutti quanti loro, era stato davvero l’ultimo trasloco.


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